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“Non perdere il battito”: 25 anni di lotta alle malattie cardiovascolari
Intervista al Dott. Giovanni Minardi, specialista in cardiologia, in occasione della Giornata Mondiale del Cuore
Diciassette milioni di morti all’anno. Una persona ogni due secondi. Le malattie cardiovascolari continuano a essere il killer numero uno a livello globale, eppure l’80% di questi decessi potrebbe essere evitato.
È questo il paradosso che la Giornata Mondiale del Cuore (World Heart Day), celebrata lunedì 29 settembre 2025, porta all’attenzione dell’opinione pubblica. Quest’anno l’evento ha raggiunto un traguardo simbolico importante: il 25° anniversario. Un quarto di secolo di sensibilizzazione che ha visto progressi scientifici straordinari, ma anche sfide ancora aperte.
“Non perdere il battito” è lo slogan scelto dalla World Heart Federation per l’edizione 2025.
Un invito urgente a non abbassare la guardia, a cogliere ogni opportunità di prevenzione, a non ignorare i segnali che il nostro corpo ci invia.
In Italia la mobilitazione è stata significativa: screening gratuiti in oltre 100 piazze, coordinati dall’Associazione Italiana Cuore e Rianimazione “Lorenzo Greco” Onlus, insieme a numerose strutture sanitarie. Migliaia di cittadine e cittadini hanno potuto misurare gratuitamente la pressione arteriosa e la glicemia, ricevere consulenze cardiologiche e informarsi sui fattori di rischio.
Ma cosa significa davvero prendersi cura del proprio cuore nel 2025? Quali sono le sfide ancora da vincere? E soprattutto: come possiamo tradurre la consapevolezza di una giornata mondiale in azioni concrete e quotidiane?
Ne abbiamo parlato con il dottor Giovanni Minardi, cardiologo con oltre quarant’anni di esperienza sul campo, impegnato da sempre nella prevenzione cardiovascolare.
Dottore, la Giornata Mondiale del Cuore compie 25 anni. Cosa è cambiato in un quarto di secolo nella lotta alle malattie cardiovascolari?
La cardiologia ha fatto notevoli progressi nelle conoscenze fisiopatologiche, nelle tecniche diagnostiche invasive e non, nei trattamenti farmacologici e interventistici, nei risultati delle terapie e quindi nella prognosi. Ma il dato preoccupante è che le malattie cardiovascolari restano ancora la prima causa di morte nel mondo, con circa 17 milioni di decessi ogni anno. Questo significa che, nonostante i progressi, stiamo perdendo una battaglia che potremmo vincere.

Giovanni Minardi
La battaglia è ancora in corso, ma occorre lavorare su due fronti: la prevenzione e la qualità di vita. La prevenzione va avviata molto prima, a partire dall’età scolare, attraverso la correzione dei fattori di rischio modificabili (ipertensione arteriosa, obesità, tabagismo, sedentarietà, diabete mellito, dislipidemie, BPCO, stress cronico) per ridurre il rischio di insorgenza delle malattie cardiovascolari.
La qualità di vita, invece, va preservata e ricercata attraverso la tempestività delle cure — che garantisce una maggiore efficacia — e il miglioramento delle condizioni socio-economiche, che spesso non permettono il ricorso alla diagnosi precoce e alle cure più appropriate, soprattutto negli strati di popolazione più fragili e in alcune regioni italiane.
Il tema di quest’anno è “Non perdere il battito”. Cosa significa concretamente?
Prendersi cura del proprio cuore. È un messaggio su più livelli. Primo: non perdere il battito della tua salute, ascolta i segnali che il corpo ti manda. Secondo: non perdere il ritmo della prevenzione, che deve essere costante. Terzo: non perdere le opportunità di cura e diagnosi precoce. E infine c’è un richiamo all’urgenza: ogni battito conta, ogni momento è quello giusto per iniziare a prendersi cura del proprio cuore.
Parliamo di numeri. Qual è la situazione in Italia?
Anche da noi le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte, rappresentando circa il 35% di tutti i decessi: oltre 220.000 morti all’anno. Ma il dato interessante è la forte disparità territoriale: al Sud l’accesso alle cure preventive è più difficoltoso, e questo si traduce in esiti peggiori. La sfida, quindi, non è solo medica, ma anche sociale ed economica.
Ha parlato dei principali fattori di rischio. A questi si aggiungono obesità, diabete e stress cronico, che creano un circolo vizioso. Qual è il modo per spezzarlo?
Ogni fattore di rischio aumenta la probabilità che si verifichi un evento cardiovascolare, con una valenza diversa tra i vari fattori.
Tuttavia, l’aggiunta di ogni singolo fattore aumenta il rischio in modo esponenziale. Ma questo è vero anche nella direzione opposta: l’eliminazione di un solo fattore riduce significativamente il rischio. Per questo bisogna intervenire su ogni fattore modificabile e promuovere un intervento educativo globale che parta dall’età scolare e coinvolga in primis le famiglie, poi la scuola, i luoghi di lavoro, ecc. Lo Stato dovrebbe farsi carico di promuovere campagne educative di prevenzione, insieme alle Società Scientifiche e ai vari Enti, e di tutelare la salute pubblica, in adesione ai dettami della Costituzione.
L’obiettivo globale è ridurre del 25% la mortalità prematura da malattie cardiovascolari entro il 2030. È realistico?
È ambizioso ma raggiungibile, se ci impegniamo tutti nella promozione e realizzazione di questo progetto.
Cosa possono fare le istituzioni che i singoli cittadini non possono fare?
Molto. Possono creare ambienti urbani che favoriscano l’attività fisica — piste ciclabili, parchi, zone pedonali —; regolamentare la pubblicità dei cibi spazzatura, soprattutto quella rivolta ai bambini; garantire screening gratuiti nelle scuole e nei luoghi di lavoro; investire nella medicina territoriale, portando la prevenzione vicino alle persone. La salute cardiovascolare non è solo una responsabilità individuale: è anche una questione di giustizia sociale.
Qual è il ruolo della diagnosi precoce?
La diagnosi precoce è parte integrante del processo di cura. L’educazione a comportamenti virtuosi e l’adozione di corretti stili di vita riducono molto il rischio di malattie. La tempestività della diagnosi consente di individuare un’eventuale patologia in uno stadio iniziale, avviare la terapia prima che si manifesti in forma grave, aumentare le probabilità di efficacia delle cure e migliorare così prognosi e qualità della vita.
Il tema “Non perdere il battito” sottolinea anche l’importanza di riconoscere i sintomi di allarme. Quali non dobbiamo mai ignorare?
Vi sono sintomi di allarme che possono indicare una patologia cardiovascolare già presente o in fase di esordio: un dolore toracico con caratteristiche particolari — per sede (precordiale, dorsale, epigastrica), irradiazione (al dorso o al braccio sinistro) o sintomi associati (dispnea, sudorazione, ecc.) —; un’improvvisa lipotimia; un dolore epigastrico anomalo per intensità, con malessere generale e sudorazione fredda; una cefalea importante con disturbi visivi o deficit di forza; una dispnea da sforzo nuova o crescente.
Quanto conta il fattore tempo in caso di infarto?
Il fattore tempo è fondamentale e spesso decisivo. Per l’infarto miocardico acuto si dice che “il tempo è muscolo”: un ritardo nella diagnosi e nell’inizio della cura fa sì che l’ischemia danneggi una maggiore quantità di tessuto cardiaco, compromettendo l’efficacia del trattamento e aumentando il rischio di mortalità a breve e lungo termine.
Occorre intervenire entro la terza ora dall’inizio dei sintomi — meglio ancora entro la prima, la cosiddetta golden hour — per ottenere il massimo beneficio possibile. Anche dopo, entro le 24 ore, è comunque possibile intervenire con un certo vantaggio. È quindi fondamentale riconoscere i sintomi e mettere la persona in sicurezza, poiché all’esordio dell’infarto c’è il rischio di morte improvvisa da aritmia (fibrillazione o tachicardia ventricolare con arresto cardiaco).
Alla luce di tutto ciò, qual è il messaggio che vorrebbe condividere?
Diffondere l’importanza della prevenzione cardiovascolare attraverso il controllo dei fattori di rischio; correggere lo stile di vita promuovendo una sana alimentazione, attività fisica regolare e riduzione dei livelli di stress e ansia; effettuare controlli medici periodici e, solo su indicazione medica, approfondire con indagini specifiche la funzionalità degli organi.
E, se possibile, imparare — seguendo corsi specifici promossi da Enti e Istituzioni scientifiche — le manovre di rianimazione cardiopolmonare di base, per poter intervenire in caso di emergenza, anche con l’uso di un defibrillatore.
Parliamo di longevità. Quanto la salute del cuore influisce sulla durata e sulla qualità della vita?
In modo determinante. Non è un caso che nelle cosiddette zone blu del mondo — le cinque aree dove si concentra il maggior numero di centenari: Okinawa (Giappone), Ikaria (Grecia), Sardegna (Italia), Nicoya (Costa Rica) e Loma Linda (California) — la salute cardiovascolare sia eccellente.
Studi del National Institute on Aging hanno documentato, ad esempio, come a Okinawa si registri una bassissima incidenza di malattie cardiovascolari tra gli anziani. Cosa accomuna queste zone? Alimentazione naturale, movimento quotidiano, basso livello di stress e forti legami sociali: tutti fattori protettivi per il cuore.
La verità è che non si può vivere a lungo se il cuore è malato, ma soprattutto non si può vivere bene. Possiamo aggiungere anni alla vita, ma la prevenzione cardiovascolare aggiunge vita agli anni.
Quindi la prevenzione non serve solo a evitare la morte, ma a vivere meglio?
Esattamente. Ogni individuo ha una durata di vita geneticamente determinata; con comportamenti sbagliati, con la mancata adesione ai programmi di prevenzione e con le conseguenti malattie possiamo accorciare la durata di vita o comprometterne la qualità, soprattutto in età avanzata. Bisogna investire da giovani per avere un futuro migliore quando non si è più giovani.
In occasione del venticinquesimo anniversario della Giornata Mondiale del Cuore, e considerando l’importanza di un impegno condiviso, quali sono le priorità di azione su cui è necessario focalizzare immediatamente gli sforzi per il futuro della prevenzione e cura delle malattie cardiovascolari?
Dopo 25 anni di Giornata Mondiale del Cuore, è quanto mai opportuno fare ogni sforzo per diffondere la cultura della prevenzione cardiovascolare e rendere universale l’accesso alle cure più appropriate; migliorare le condizioni lavorative, specie quelle più stressanti sul piano psico-fisico; ridurre le disuguaglianze sociali per garantire l’accesso ai percorsi di cura e riabilitazione a tutte e tutti; investire sulla prevenzione con programmi istituzionali di sensibilizzazione sugli stili di vita; sostenere la ricerca e gli studi clinici per migliorare le terapie e i risultati; potenziare l’assistenza territoriale; adeguare strutture e personale sanitario agli standard necessari per ottimizzare le risorse e garantire un corretto rapporto costi-efficacia. Serve lo sforzo e la collaborazione di tutti – cittadine, cittadini e istituzioni – : insieme possiamo farcela!
Fonti:
• World Heart Federation (WHF) – World Heart Day 2025 (Contiene il tema globale e i dettagli della campagna)
• Istituto Superiore di Sanità (ISS) – Giornata mondiale del cuore 2025 (Dati sulle CVD e tema in italiano)
• World Health Organization (WHO) – World Heart Day 2025 (Dati e impegno dell’OMS)
• Fondazione per il Tuo Cuore HCF ONLUS (Italia)







