Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web trovi più interessanti e utili.
Longevità, Mutua MBA: “Proteggere i sacrifici di una vita è una scelta del presente”
La prima edizione dell’osservatorio Longevity Lab fotografa un Paese che teme il declino cognitivo più della fragilità fisica. E che, soprattutto nella fascia tra i 30 e i 50 anni, smette di rinviare: vuole iniziare a costruire la propria salute futura con largo anticipo.
La prima edizione di Longevity Lab, l’osservatorio lanciato da Named, Will Media e Youtrend in occasione del Milan Longevity Summit, ne misura con precisione il peso: a preoccupare non è tanto la malattia quanto la dipendenza. Il 60% indica nel deterioramento mentale e cognitivo il principale timore legato all’età che avanza, davanti alla perdita di autonomia (51%) e al declino fisico (34%). La ricerca, condotta con metodologia CAWI su un campione rappresentativo di 2.003 italiani tra i 18 e i 60 anni, descrive un Paese che teme soprattutto di perdere il controllo di sé.
Un pessimismo che non diventa rassegnazione
Sul futuro prevale la cautela: solo il 21% ritiene che la propria vecchiaia sarà migliore di quella degli anziani di oggi, mentre il 37% la prevede peggiore. È un pessimismo che però non si traduce in passività. Anzi, si converte in domanda di azione anticipata: il 30% degli italiani tra i 30 e i 40 anni ritiene urgente cominciare a investire sulla propria longevità, e il 26% nella fascia 40-50 condivide la stessa urgenza. Complessivamente, oltre un terzo ritiene che il lavoro sulla salute futura debba iniziare prima dei 40 anni. La longevità esce così dal perimetro della terza età e diventa un tema trasversale, da affrontare quando si è ancora in piena attività lavorativa e familiare.

Luciano Dragonetti
Questi numeri descrivono una consapevolezza nuova, ma lasciano aperta la domanda più concreta: come si traduce l’urgenza percepita in protezione reale. È il punto sollevato da Luciano Dragonetti, presidente di Mutua MBA, che legge nei dati una richiesta di responsabilità più che un allarme.
«C’è un pessimismo diffuso che fortunatamente non sfocia in rassegnazione, ma in una chiara richiesta di consapevolezza», osserva Dragonetti. «Ogni giorno ci confrontiamo con una realtà ineludibile: la salute e l’autosufficienza non sono variabili prevedibili. Pianificare il domani è l’unico modo per garantire che un evento imprevisto della vita non arrivi a vanificare i sacrifici di un’intera esistenza lavorativa e familiare».
Da qui un duplice valore dell’agire oggi, insieme etico e sociale. Sul piano individuale, pianificare significa proteggere la propria indipendenza, evitando di impegnare emotivamente ed economicamente figli e famiglie in un percorso di assistenza totalizzante e improvviso. Sul piano collettivo, vuol dire affiancare al servizio pubblico un modello di welfare sussidiario e integrativo, capace di dare risposte concrete quando le fragilità aumentano.
Il filo che unisce i dati dell’osservatorio e la prospettiva mutualistica è il passaggio dal singolo alla comunità. «Il mutualismo nasce esattamente per questo», conclude Dragonetti: «per far sì che la comunità protegga il singolo, trasformando la preoccupazione individuale in una sicurezza condivisa. Non aspettiamo che il domani diventi un’emergenza. Costruiamo oggi, insieme, una longevità serena, dignitosa e protetta».
La fotografia di Longevity Lab e la posizione di Mutua MBA convergono su un’unica conclusione operativa: la longevità si decide molto prima di diventare un problema. E la finestra in cui agire, secondo gli italiani stessi, si è spostata indietro di vent’anni.







