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West Nile, la sorveglianza non si ferma: oltre 300 casi in Italia
La sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità aggiornata al 19 agosto: 312 casi confermati, 13 decessi, virus ormai stabile in 16 regioni. Un dato in calo rispetto al 2025, ma con una diffusione territoriale più ampia.
Non è un’emergenza improvvisa, e proprio per questo rischia di passare in secondo piano rispetto alle notizie più eclatanti dell’estate. Ma i numeri del virus West Nile raccontano, stagione dopo stagione, una presenza ormai stabile nel territorio italiano, e il bilancio dei mesi di luglio e agosto 2026 conferma questa tendenza con dati precisi.
I numeri della sorveglianza 2026
Secondo l’ultimo bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiornato al 19 agosto e pubblicato in coincidenza con il World Mosquito Day, i casi umani confermati di infezione da West Nile virus in Italia sono 312 dall’inizio dell’anno, con 13 decessi. Di questi, 156 hanno assunto la forma più severa, quella neuro-invasiva, mentre 115 hanno presentato febbre e 40 sono risultati asintomatici, individuati esclusivamente grazie ai controlli di routine sui donatori di sangue.
Il confronto con l’anno precedente offre una lettura più articolata di quanto sembri a prima vista. Nello stesso periodo del 2025, i casi confermati erano 351, con 22 decessi: un numero assoluto superiore a quello di quest’anno. Anche la letalità calcolata sulle forme neuro-invasive è scesa, dal 13,9% del 2025 al 7,7% attuale. Il dato che invece è peggiorato riguarda la diffusione geografica: il virus è stato accertato in 60 province distribuite su 16 regioni, un’estensione territoriale più ampia rispetto alla stagione precedente. Meno casi complessivi, quindi, ma un’area di circolazione più vasta.
Perché i donatori di sangue sono centrali nella sorveglianza
Uno degli aspetti meno noti al pubblico, ma centrale nella strategia di controllo del virus, riguarda il ruolo dei donatori di sangue asintomatici. La maggior parte delle infezioni da West Nile virus nell’uomo non produce alcun sintomo evidente: chi viene punto da una zanzara infetta spesso non se ne accorge affatto. È proprio attraverso i test di screening obbligatori sulle donazioni di sangue, il cosiddetto test NAT (Nucleic Acid Test), che il sistema sanitario riesce a individuare la circolazione reale del virus in un territorio, anche prima che emergano casi clinici conclamati.
Il Centro Nazionale Sangue ha confermato, in un convegno tenutosi il 18 giugno 2026 presso l’Iss insieme al Centro Nazionale Trapianti, che nonostante i casi umani di West Nile siano più che raddoppiati negli ultimi tre anni, il sistema di controllo ha finora garantito la sicurezza della filiera: nessun donatore di sangue, organi, tessuti o cellule ha mai trasmesso il virus a un paziente attraverso trasfusione o trapianto. Le stesse misure di attenzione riguardano il Centro Nazionale Trapianti, che dal 1° giugno e fino al 30 novembre 2026 applica protocolli stagionali di controllo sulla rete trapiantologica.
Il West Nile non è una novità per la sanità pubblica italiana: circola nel Paese da anni, come ricordano gli esperti del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Iss, e resta senza un vaccino per l’uomo. Per un approfondimento su cos’è il virus, come si trasmette, quali sintomi provoca e come proteggersi, rimandiamo al nostro articolo “Malattia di West Nile: che cos’è, diagnosi, trattamento e prevenzione” . Quello che il bilancio 2026 mette in luce non è la natura del virus, già nota, ma la sua diffusione crescente sul territorio e il ruolo sempre più centrale della sorveglianza indiretta, in particolare quella condotta sui donatori di sangue, per intercettarne la circolazione prima che si traduca in casi clinici gravi.
Uno strumento di sicurezza, non un allarme
Il quadro che emerge dal bilancio 2026 è quello di un fenomeno sotto controllo attraverso una sorveglianza continua, non di un’emergenza in atto. È lo stesso approccio con cui l’Iss inquadra il dato: la riduzione dei casi assoluti rispetto al 2025 è un segnale positivo, ma la stabilizzazione del virus su un’area geografica più ampia richiede di mantenere alta l’attenzione, in particolare sui meccanismi di sorveglianza indiretta come i controlli sui donatori di sangue, che restano lo strumento più efficace per intercettare la circolazione del virus prima che si traduca in casi clinici gravi.








