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Psichiatria territoriale: mancano 7.500 operatori

22 Settembre 2026

I dati del Ministero e il nuovo Piano nazionale 2025-2030: la carenza di personale tocca il 30% e costringe molti pazienti a rinunciare alle cure.

Con oltre 845 mila persone che necessitano di assistenza, i centri territoriali soffrono un deficit cronico di organico che compromette la continuità delle cure.

Il grave episodio dello scorso 16 maggio a Modena, dove un uomo ha travolto con l’auto una decina di pedoni in pieno centro, ha riacceso i riflettori su una delle criticità più severe della sanità pubblica: il fenomeno del drop-out, ovvero la perdita di tracciamento e l’abbandono terapeutico dei pazienti psichiatrici gravi. Le indagini hanno rivelato che il centro presso cui l’uomo era in cura ne aveva perso i contatti già nel 2024.

Conviene dirlo con chiarezza, per non alimentare letture distorte: la stragrande maggioranza delle persone con un disturbo psichiatrico non è pericolosa, e l’uomo coinvolto a Modena resta un indagato. Ciò che un episodio simile porta alla luce non è la pericolosità della malattia, ma la fragilità di un sistema che perde per strada chi dovrebbe seguire. Eventi di questo tipo non vanno archiviati come casi isolati, ma letti come la conseguenza di una psichiatria territoriale ridotta all’osso, dove la carenza cronica di personale rende spesso impossibile il follow-up, il monitoraggio continuo nel tempo, fondamentale per garantire l’aderenza alla terapia e la sicurezza del paziente.

I numeri
I dati del Rapporto sulla salute mentale del Ministero della Salute, relativi al 2024, fotografano una rete composta da 1.236 strutture territoriali, 1.962 strutture residenziali e 800 strutture semiresidenziali. Il personale complessivo censito è di 33.142 addetti, tra cui il 14,5% psichiatri, il 7% psicologi e il 37% infermieri. Ma il Collegio nazionale dei direttori dei Dipartimenti di salute mentale evidenzia che gli operatori sanitari di prima linea nei centri di salute mentale sono appena 25.000.

Questo dato si traduce in una media di 55 operatori ogni 100 mila abitanti, contro uno standard minimo di 83 stabilito in sede di Conferenza Stato-Regioni. Il deficit reale è del 30%: all’appello mancano circa 7.500 professionisti della salute mentale sul territorio nazionale.

A fronte di organici ridotti, la richiesta di assistenza psichiatrica supera gli 845 mila utenti, con una prevalenza di donne (55,9%) e di persone sopra i 45 anni (66,3%). È una popolazione clinica ampia, in cui ogni anno centinaia di migliaia di persone si rivolgono ai servizi per la prima volta: un bisogno che cresce mentre le risorse calano.

I profili clinici mostrano una netta differenziazione di genere. Tra gli uomini il disturbo più diagnosticato è la schizofrenia, seguita dalle patologie da abuso di sostanze e dal ritardo mentale. Tra le donne la domanda si concentra su disturbi affettivi, nevrotici e sindromi depressive. La carenza di personale e l’allungamento delle liste d’attesa spingono una quota significativa di questi pazienti a interrompere i percorsi terapeutici o a rinunciare del tutto alle cure, con il rischio di una grave cronicizzazione della patologia.

Il vuoto, inoltre, non è uniforme. Per tredici anni, in assenza di un indirizzo nazionale aggiornato, le Regioni hanno proceduto in ordine sparso: alcune hanno investito, molte hanno tagliato, ciascuna ha interpretato a modo suo le priorità. Il risultato è un’assistenza disuguale, con differenze marcate tra Nord e Sud, tra aree urbane e zone interne, tra chi ha potuto curarsi e chi ha dovuto rinunciare.

Il Piano 2025-2030
Per colmare un vuoto normativo e organizzativo rimasto aperto per tredici anni è ora in vigore il nuovo Piano di azione nazionale per la salute mentale 2025-2030, approvato il 29 dicembre scorso dalla Conferenza Unificata.
La strategia prevede uno stanziamento economico progressivo: 80 milioni di euro per l’anno in corso (2026), 85 milioni per il 2027, 90 milioni per il 2028 e 30 milioni annui a partire dal 2029. L’obiettivo centrale è l’omogeneizzazione delle prestazioni su base nazionale, per superare la frammentazione che ha caratterizzato l’ultimo decennio. Il Piano punta su un dipartimento di salute mentale più integrato, sul potenziamento dei servizi di prossimità e su un’assistenza che accompagni la persona dall’infanzia alla terza età, con un’attenzione esplicita alla comunicazione anti-stigma e ai percorsi di recovery.

Resta però la sfida più concreta: convertire in tempi rapidi questi fondi in nuove assunzioni e in servizi realmente presenti sul territorio. Senza il personale che oggi manca, il rischio è che il cambio di passo annunciato resti, ancora una volta, sulla carta.

Fonti:
• Rapporto sulla salute mentale del Ministero della Salute (dati 2024); Collegio nazionale dei direttori dei Dipartimenti di salute mentale; Piano di azione nazionale per la salute mentale 2025-2030.
• Ministero della Salute, Rapporto salute mentale
• Ministero della Salute, Piano di azione nazionale per la salute mentale 2025-2030

Tags: cure, drop-out, ministero della salute, nuovo Piano nazionale, operatori sanitari, pazienti, psichiatria, Psichiatria territoriale, Rapporto salute mentale, salute mentale
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Nicoletta Mele
Nicoletta Mele
Laureata in Scienze Politiche e dal 2001 è iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche e uffici stampa. Dopo aver conseguito il Master in Gestione e Marketing di imprese in TV digitale, ha lavorato per 12 anni in Rai, occupandosi di programmi di servizio e intrattenimento. Successivamente, ha ampliato le sue competenze specializzandosi con il Master in Marketing & Communication Management presso 24ORE Business School. Dal 2017 è Direttore Responsabile di Health Online, periodico di informazione dedicato alla Sanità Integrativa.

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