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Il futuro dell’obesità passa attraverso una gestione multidisciplinare e integrata
Intervista al professore Paolo Gentileschi, nuovo Presidente Sicob
Il professore Paolo Gentileschi, chirurgo generale e bariatrico, è stato recentemente nominato Presidente della Società Italiana di Chirurgia dell’obesità e delle malattie metaboliche (SICOB). Con una carriera di successo, che lo ha visto impegnato in diverse strutture ospedaliere come il ‘Maria Cecilia Hospital’ di Cotignola (Ravenna), l’Ospedale ‘San Carlo’ di Nancy e l’ICC – Istituto Clinico Casalpalocco di Roma, Gentileschi porterà avanti il lavoro dei suoi predecessori al timone della SICOB e si appresta a guidare un’ulteriore evoluzione della chirurgia bariatrica in Italia.
Le sue priorità, che spaziano dall’implementazione di una gestione multidisciplinare e integrata dell’obesità, alla valorizzazione della ricerca scientifica e delle tecniche innovative, pongono le basi per un futuro che mira a garantire cure sempre più efficaci e personalizzate. Il suo obiettivo è certamente di ridurre le disuguaglianze tra centri e migliorare la qualità dei percorsi di cura, la sua leadership promette di fare della SICOB un punto di riferimento ancora più forte a livello nazionale e internazionale.

Paolo Gentileschi
Assumerò la presidenza nel solco di quanto costruito dai Presidenti che mi hanno preceduto e in particolare in continuità con il lavoro del professore Maurizio De Luca. Le mie priorità strategiche saranno tre. La prima: consolidare l’identità multidisciplinare della SICOB, rendendola sempre più casa comune non solo dei chirurghi, ma anche di nutrizionisti, psicologi, internisti, anestesisti, infermieri dedicati. La terapia dell’obesità non è mai “solo chirurgia”. La seconda: strutturare percorsi formativi certificati e tracciabili, soprattutto per i giovani. Vorrei che ogni collega possa sapere con chiarezza quali competenze acquisisce, in quali centri e con quali riconoscimenti da parte della Società. La terza: rafforzare il ruolo istituzionale della SICOB, con un dialogo ancora più continuo con Ministero, Regioni e Università: l’obesità è una malattia cronica complessa e la chirurgia bariatrica deve essere riconosciuta e organizzata come attività di alta complessità, con percorsi dedicati e standard minimi di qualità.
La SICOB è il riferimento nazionale per la chirurgia dell’obesità. Quali sono oggi le principali sfide nel garantire percorsi di cura realmente multidisciplinari e omogenei tra i diversi centri italiani?
Le sfide principali, oggi, sono almeno due. La prima è ridurre la variabilità tra centri: abbiamo realtà di eccellenza assoluta e altre che, pur lavorando con grande impegno, non dispongono degli stessi strumenti organizzativi e delle stesse risorse. Il compito della SICOB è accompagnare tutti i centri verso standard condivisi, non “certificare differenze”, ma colmare i divari. La seconda è rendere davvero operativa la multidisciplinarietà, non solo dichiarata sulla carta. Multidisciplinarietà significa incontri regolari del team, valutazione congiunta del paziente prima e dopo l’intervento, percorsi strutturati di follow-up nutrizionale e psicologico. Spesso, invece, le figure ci sono, ma non sempre lavorano in modo integrato. Come SICOB dobbiamo continuare a promuovere linee guida, audit, registri e progetti di formazione congiunta tra chirurghi e specialisti delle aree affini, perché solo così il paziente avrà realmente lo stesso livello di cura a Milano, Napoli, Palermo o in qualunque altra città.
Lei ha contribuito allo sviluppo di tecniche bariatriche avanzate e protocolli innovativi. Quali sono le innovazioni che ritiene più promettenti per migliorare sicurezza e risultati a lungo termine nei pazienti con obesità patologica?
Le innovazioni più promettenti, a mio avviso, non sono solo tecniche, ma anche organizzative e tecnologiche. Sul piano tecnico, l’evoluzione della chirurgia mini-invasiva e robotica, la maggiore standardizzazione dei procedimenti chirurgici e la migliore gestione anestesiologica e perioperatoria hanno già ridotto drasticamente il rischio operatorio. Sul piano tecnologico e organizzativo, vedo tre fronti fondamentali: l’uso dell’intelligenza artificiale per analizzare grandi quantità di dati e aiutarci a predire rischio e risposta al trattamento; lo sviluppo di percorsi integrati chirurgia–farmaci anti-obesità, con strategie personalizzate nel pre e nel post-operatorio; l’implementazione di registri clinici sempre più completi, che non raccolgano solo dati anatomici e ponderali, ma anche qualità di vita, aderenza al follow-up e impatto sulle comorbidità. Il futuro non è “la tecnica miracolosa”, ma un insieme di strumenti che ci permette di scegliere per ogni paziente il trattamento giusto, al momento giusto, con il migliore profilo di sicurezza possibile.
Nel suo lavoro clinico quotidiano in diverse strutture ospedaliere, qual è l’aspetto più critico, e probabilmente meno compreso, della gestione integrata del paziente obeso, anche al di là dell’intervento chirurgico?
L’aspetto meno compreso è che il paziente obeso non è un ‘paziente chirurgico’ ma un paziente cronico complesso. Spesso l’attenzione si concentra tutto sul ‘giorno dell’intervento’: quale tecnica scegliere, come eseguirla, quali rischi. In realtà, la vera sfida è prima e dopo: prima, con la valutazione psicologica, nutrizionale, internistica, l’educazione alla modificazione dello stile di vita; dopo, con il follow-up a lungo termine, l’aderenza ai controlli, la gestione delle carenze nutrizionali, il supporto psicologico nelle fasi critiche. Il paziente obeso porta con sé storia di stigma, fallimenti dietetici, talvolta fragilità psicologiche profonde. Se non teniamo conto di questo, rischiamo di ridurre la chirurgia a un atto tecnico, quando invece dovrebbe essere l’inizio di un nuovo progetto di cura condiviso. La SICOB, in questo senso, ha un dovere culturale: ricordare a tutti che la chirurgia è uno strumento potentissimo, ma funziona davvero solo dentro un ecosistema di cura strutturato.
Ha dichiarato di voler valorizzare la chirurgia bariatrica italiana: quali iniziative o collaborazioni ritiene fondamentali per rafforzare ulteriormente la ricerca scientifica e la qualità dei percorsi di cura nei prossimi anni?
Per valorizzare la chirurgia bariatrica italiana dobbiamo lavorare su tre livelli. Il primo è il rafforzamento della ricerca ‘a marchio SICOB’: studi multicentrici, trial prospettici, analisi strutturate dei dati del Registro, premi per i migliori lavori e supporto alla pubblicazione nelle riviste internazionali. Una società scientifica è forte quando produce evidenze, non solo quando le commenta. Il secondo è la collaborazione con le società affini, italiane e internazionali, in modo stabile e programmato: internisti, nutrizionisti, psicologi, anestesisti, società europee e mondiali della chirurgia dell’obesità. L’obesità non ha confini e neppure la conoscenza scientifica dovrebbe averne.
E il terzo?
Investire sui giovani: fellowship, borse di studio, corsi avanzati, possibilità di esperienze all’estero ma anche di rientro e valorizzazione nei centri italiani. Se un giovane collega sente che la SICOB lo accompagna nel suo percorso professionale, la Società sarà naturalmente più viva, più creativa e più proiettata nel futuro. In sintesi, il mio obiettivo sarà quello di far sì che la chirurgia bariatrica italiana continui a essere riconosciuta come un modello di qualità, sicurezza e capacità di lavorare in squadra, al servizio dei pazienti e della comunità scientifica.







