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Conflitti e salute mentale: cosa accade alla nostra mente nei contesti di crisi

25 Settembre 2026

L’impatto della guerra sulla salute mentale e le strategie per affrontarlo, nell’intervista alla psicologa Chiara Pecorario

Le guerre non lasciano segni solo nei territori, ma anche nella salute mentale delle persone.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina le politiche sanitarie a livello internazionale – circa una persona su cinque tra chi vive o ha vissuto in contesti di conflitto sviluppa un disturbo mentale, come ansia, depressione o disturbo da stress post-traumatico. Si tratta di una stima basata su una revisione di oltre 100 studi internazionali pubblicata sulla rivista scientifica The Lancet.
(Fonte: https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/mental-health-in-emergencies)

Particolarmente vulnerabili sono i più giovani. L’UNICEF – organismo ONU impegnato nella tutela dei diritti e del benessere di bambine e bambini – evidenzia come l’esposizione a contesti di guerra e violenza abbia un impatto significativo sullo sviluppo emotivo, con effetti che includono ansia, paura, disturbi del sonno e difficoltà relazionali. (Fonte: https://www.unicef.org/eca/press-releases/not-new-normal-2024-one-worst-years-unicefs-history-children-conflict)

Ma cosa accade davvero nella mente quando si vive – direttamente o indirettamente – un contesto di guerra? E come possiamo proteggerci? Ne parliamo con la dottoressa Chiara Pecorario, psicologa clinica e di comunità, psicoterapeuta ed esperta in psicodiagnostica.

Chiara Pecorario

Chiara Pecorario

Dottoressa, cosa accade a livello psicologico quando una persona vive un contesto di guerra, anche solo attraverso i media?
La guerra non lascia segni solo visibili, ma incide profondamente anche sul corpo e sulla mente. Vivere in un contesto di conflitto significa essere esposte/i in modo continuo a una percezione di minaccia, e questo mantiene attivi i circuiti della paura.

Quando questa condizione si prolunga nel tempo, soprattutto in situazioni di esposizione cronica, il cervello si adatta a questo stato di allerta permanente, arrivando a modificare i propri circuiti neuronali. In altre parole, la persona “impara” a reagire agli stimoli con una risposta automatica di paura: un meccanismo che coinvolge sia il piano emotivo sia quello comportamentale e che, nel tempo, tende a rafforzarsi.

Anche chi non si trova direttamente nelle aree di conflitto può essere coinvolto a livello psicologico. L’esposizione continua alle notizie e alle immagini, spesso molto forti, può generare una sorta di sovraccarico emotivo: la mente viene costantemente sollecitata e può sviluppare risposte da stress simili a quelle di chi vive il conflitto in prima persona.
Questo accade perché situazioni di questo tipo toccano dimensioni profonde dell’esperienza umana, legate alla sicurezza, alla sopravvivenza e al senso di controllo. Per questo motivo, i conflitti hanno un impatto significativo anche sulla salute psicologica, oltre che sulla realtà esterna.

Quali sono le reazioni più comuni nelle diverse fasce d’età? In particolare, come cambia l’impatto della guerra su bambine/i e adolescenti?
Bambine/i e adolescenti rappresentano le fasce più vulnerabili di fronte a scenari traumatici di questo tipo. Le/gli adolescenti di oggi, in particolare, portano con sé un vissuto già complesso: molte/i hanno attraversato l’esperienza della pandemia da COVID-19, caratterizzata da isolamento, distanziamento sociale e, in alcuni casi, dalla perdita di persone care. Questo li rende più esposti a ulteriori situazioni di stress.

Di fronte alla paura, le reazioni tipiche sono quelle legate ai meccanismi di difesa primari: attacco, fuga o, in alcuni casi, blocco. Nei più piccoli, questo può tradursi in un maggiore bisogno di vicinanza fisica e rassicurazione da parte delle figure adulte di riferimento. Altri possono manifestare comportamenti di evitamento o, al contrario, stati di immobilità e chiusura temporanea. È importante sottolineare che non reagisce solo la mente, ma anche il corpo.

Non tutte le reazioni emotive, però, indicano una condizione clinica. Quando si può parlare di trauma? Ci sono segnali da non sottovalutare?
Non tutte le persone esposte a contesti di conflitto sviluppano necessariamente disturbi psicologici come ansia, depressione o disturbo post-traumatico. Questo dipende anche dalla presenza di fattori di resilienza, cioè risorse personali, familiari e sociali che aiutano a fronteggiare eventi difficili.

Detto questo, esistono alcuni segnali che meritano attenzione. Nei bambini e nelle bambine, così come negli adolescenti, possono comparire disturbi del sonno – come difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti o incubi – ma anche difficoltà di concentrazione, comportamenti aggressivi o giochi incentrati su temi di violenza e conflitto. Un altro campanello d’allarme è rappresentato da uno stato di angoscia persistente, che si manifesta con irritabilità, rabbia o, nei casi più evidenti, con una perdita di fiducia nel futuro. Nei più piccoli è frequente anche l’ansia da separazione.

Negli adulti, invece, i segnali possono includere pensieri intrusivi legati agli eventi traumatici, scoppi di pianto improvvisi, difficoltà a gestire le emozioni e sintomi fisici come mal di testa, stanchezza cronica o disturbi gastrointestinali.
Un elemento fondamentale da considerare è la durata e la frequenza di questi segnali: non si tratta di reazioni occasionali, ma di manifestazioni ricorrenti nel tempo e tendono a interferire con la vita quotidiana. In questi casi, è importante non sottovalutare il disagio e valutare un supporto professionale.

Come distinguere una reazione emotiva “normale” da una condizione che richiede un supporto psicologico?
Provare paura di fronte a un pericolo è una risposta assolutamente naturale. La paura ha una funzione adattiva fondamentale: ci aiuta a riconoscere i rischi e ad attivare comportamenti di protezione. È un meccanismo antico, legato alla sopravvivenza, che consente all’organismo di reagire rapidamente a una minaccia.

Diventa però importante prestare attenzione quando questa risposta non si attenua nel tempo, ma tende a persistere nella quotidianità. La durata e la frequenza dei sintomi rappresentano infatti i principali indicatori di un possibile disagio più strutturato.

Nei bambini e nelle bambine, ad esempio, possono essere segnali rilevanti una risposta costantemente aggressiva, la difficoltà a regolare le emozioni o la tendenza a parlare in modo ripetitivo e ossessivo di temi legati al conflitto. Quando questi comportamenti diventano ricorrenti e pervasivi, è opportuno approfondire.
Negli adulti, invece, alcuni segnali da monitorare sono il senso di colpa persistente, l’iper-vigilanza, l’insonnia, la presenza di flashback o scoppi d’ira. Se questi sintomi si mantengono nel tempo – indicativamente per diverse settimane – e interferiscono con la vita quotidiana, è consigliabile valutare un supporto psicologico.
In sintesi, ciò che distingue una reazione “normale” da una condizione che richiede attenzione non è tanto l’intensità iniziale della risposta emotiva, quanto la sua persistenza e il suo impatto sulla qualità della vita.

In questo contesto, il ruolo degli adulti diventa centrale. Come possono genitori e figure educative spiegare la guerra senza generare ulteriore ansia?
Il ruolo dei genitori e delle figure adulte di riferimento è fondamentale, soprattutto per bambini, bambine e adolescenti. Di fronte alla paura, i più giovani hanno bisogno prima di tutto di uno spazio in cui poter esprimere ciò che provano, anche quando faticano a formulare domande in modo esplicito.

È importante, quindi, favorire il dialogo: lasciare spazio alle loro domande oppure, quando tendono a chiudersi, stimolarle con delicatezza, chiedendo ad esempio cosa pensano o come si sentono rispetto a ciò che accade. L’ascolto attivo è essenziale, così come evitare di sminuire o ridicolizzare le loro emozioni, perché questo rischia di aumentare il senso di insicurezza.

Allo stesso tempo, è necessario utilizzare un linguaggio semplice, adeguato all’età, che aiuti a spiegare ciò che sta accadendo senza entrare in dettagli eccessivamente crudi. Anche quando non si hanno tutte le risposte, è possibile costruire insieme un senso di comprensione e di orientamento, condividendo ciò che si sa e ciò che si può fare.

La condivisione emotiva è importante: riconoscere le proprie emozioni, ad esempio dicendo “capisco quello che provi” o “anche io mi sento preoccupata/o”, può aiutare a creare vicinanza. Tuttavia, questo è un passaggio delicato: è fondamentale non trasmettere ulteriore paura o senso di smarrimento. I più giovani hanno bisogno di percepire negli adulti una presenza stabile e rassicurante.

Per questo motivo, è importante non lasciare bambini e bambine in una condizione di incertezza prolungata e, al tempo stesso, evitare atteggiamenti di forte angoscia. Un abbraccio, una risposta calma, un atteggiamento accogliente possono fare molto più di spiegazioni complesse.

In definitiva, l’obiettivo non è trasmettere un ottimismo forzato, ma coltivare un senso di fiducia e di speranza, aiutando i più giovani a sentirsi al sicuro e accompagnati anche di fronte a eventi difficili da comprendere.

Quali strategie concrete può adottare una persona per gestire paura e senso di impotenza?
Vivere, direttamente o anche a distanza, una situazione di conflitto può generare emozioni molto intense, come paura, smarrimento e senso di impotenza. È una condizione che può risultare profondamente destabilizzante, soprattutto quando si ha la percezione di non poter fare nulla di concreto.

Proprio per questo, anche piccoli gesti possono avere un valore significativo. Una delle strategie più efficaci è attivare forme di solidarietà: aiutarsi reciprocamente, sostenere chi è in difficoltà, contribuire, quando possibile, con azioni concrete, come l’invio di beni di prima necessità o il supporto a iniziative umanitarie.

Accanto a questo, è importante creare spazi personali di elaborazione emotiva. Tenere un diario, ad esempio, può aiutare a dare forma a pensieri e paure, rendendoli più comprensibili e gestibili. In questo senso, l’esperienza di Anna Frank, giovane ragazza ebrea divenuta simbolo universale della memoria della Shoah grazie al suo diario, rappresenta un esempio potente: attraverso la scrittura è possibile trovare un modo per esprimere sé stessi anche nei momenti più difficili.
Allo stesso modo, poter parlare liberamente con qualcuno di fiducia, una persona cara o una/un professionista, aiuta a ridurre il senso di solitudine e sconforto, favorendo una maggiore condivisione e comprensione delle proprie emozioni.
Agire, anche in modo limitato, consente di recuperare un senso di efficacia e di controllo, contrastando la sensazione di passività. Inoltre, il gesto solidale ha un forte valore relazionale: ci permette di riconoscerci negli altri, di sentirci parte di una comunità e di rafforzare il legame umano, anche in contesti di grande incertezza.

In questo modo, si passa da una posizione di impotenza a una dimensione più attiva e consapevole, che contribuisce non solo al benessere degli altri, ma anche al proprio equilibrio emotivo.

Un messaggio per chi oggi si sente sopraffatto dalle notizie?
Sentirsi sopraffatte/i dalle immagini e dalle notizie legate ai conflitti è una reazione comprensibile, soprattutto in un contesto in cui siamo costantemente connessi e esposte/i a un flusso continuo di informazioni.
In questi casi, è importante imparare a dare un limite e una qualità al tempo dedicato all’informazione: scegliere fonti affidabili, evitare l’esposizione continua e concedersi momenti di pausa per permettere alla mente di rielaborare ciò che si è visto e ascoltato.

Allo stesso tempo, condividere ciò che si prova può essere di aiuto, ma è fondamentale farlo con le persone giuste, in un contesto di ascolto autentico e non giudicante.
Se il disagio diventa intenso, persistente o difficile da gestire, è importante non affrontarlo da sole/i: rivolgersi a una/un professionista della salute mentale può offrire uno spazio sicuro in cui comprendere e gestire meglio le proprie emozioni.

Prendersi cura della propria salute mentale, anche in momenti di grande incertezza, è un passo fondamentale per mantenere equilibrio e benessere.

Tags: cervello, Chiara Pecorario, conflitti, crisi, Dottoressa, mente, psicologa, psicologa clinica, psicoterapeuta, salute mentale, sovraccarico emotivo
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Nicoletta Mele
Nicoletta Mele
Laureata in Scienze Politiche e dal 2001 è iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche e uffici stampa. Dopo aver conseguito il Master in Gestione e Marketing di imprese in TV digitale, ha lavorato per 12 anni in Rai, occupandosi di programmi di servizio e intrattenimento. Successivamente, ha ampliato le sue competenze specializzandosi con il Master in Marketing & Communication Management presso 24ORE Business School. Dal 2017 è Direttore Responsabile di Health Online, periodico di informazione dedicato alla Sanità Integrativa.

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