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Smettere di fumare: il 44% dei fumatori italiani non conosce i servizi di supporto medico
I dati di AstraRicerche per Fondazione Veronesi: i Centri antifumo restano una realtà poco nota e l’assistenza sul territorio è ancora frammentata.
Presentata al Senato, l’indagine AstraRicerche commissionata dalla Fondazione Umberto Veronesi Ets fotografa un paradosso sanitario: il 44,1% dei fumatori italiani non conosce alcuno strumento di supporto pubblico o scientifico per smettere di fumare. Nessun centro territoriale, nessun numero verde, nessuna piattaforma digitale. Tra chi dichiara di avere qualche informazione, i Centri antifumo — strutture del Servizio Sanitario Nazionale dove personale specializzato accompagna i cittadini attraverso percorsi integrati di terapia farmacologica e supporto psicologico — sono noti solo al 36,2% del campione. Il Telefono Verde contro il Fumo e la piattaforma “Smetto di fumare” dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) raggiungono appena il 17% della popolazione fumatrice.
Anche la conoscenza superficiale non garantisce l’accesso alle cure: tra chi dichiara di sapere cosa siano i Centri antifumo, la percentuale di chi vi si è effettivamente rivolto crolla al 15,3%. Un dato che segnala un problema non solo di informazione, ma di accessibilità percepita e logistica. La percezione dei servizi disponibili appare frammentata. Le prestazioni più riconosciute sono la prevenzione e gli screening, seguiti dal supporto psicologico e dalla valutazione
della dipendenza. La componente terapeutica sul lungo periodo — quella che incide maggiormente sulle ricadute — rimane sconosciuta: solo il 33,6% sa che i centri offrono un monitoraggio nel tempo, e appena il 26,8% sa che possono prescrivere terapie sostitutive della nicotina o farmaci specifici.
Inoltre, il 14,6% degli intervistati (con picchi tra le donne e nella fascia 50-65 anni) ammette di non sapere affatto quali servizi vengano erogati. L’indagine ha esplorato i fattori che potrebbero avvicinare i fumatori alle strutture di supporto. Le priorità indicate mostrano la richiesta di un servizio più snello: un accesso semplice e rapido (57,9%) e la continuità dell’assistenza nel tempo (39%). Tra le leve motivazionali principali emergono la facilità di accesso (24,2%), la vicinanza geografica (21,6%), la gratuità delle prestazioni (20,5%) e il supporto prolungato (20,5%).
I fumatori non cercano soluzioni straordinarie, ma servizi integrati nella quotidianità, vicini a casa e capaci di offrire un accompagnamento costante.
Lo studio della Bocconi: verso una rete integrata
Il Cergas della SDA Bocconi, impegnato in una ricerca triennale finanziata da Fondazione Veronesi dal titolo “I centri antifumo in Italia: spazi di sviluppo in una prospettiva multistakeholder“, evidenzia nei suoi risultati
preliminari una chiara priorità strutturale: è necessario sviluppare una rete più integrata. Questa deve basarsi sulla collaborazione sistematica tra i centri specialistici e la medicina del territorio, coinvolgendo direttamente medici di medicina generale, farmacisti, pediatri e infermieri.
«Molte persone vogliono smettere di fumare, ma si sentono sole, senza strumenti efficaci», ha dichiarato la vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, intervenuta alla presentazione dei dati. «I centri antifumo rappresentano presidi fondamentali, per questo vanno potenziati e integrati con la medicina territoriale».
Il tabagismo rimane la prima causa di morte prevenibile in Italia. Ridurre quel 44% di disinformazione e connettere le strutture specialistiche alla rete dei medici di famiglia non è più solo una scelta comunicativa, ma una necessità di salute pubblica







